Illuminati di immenso alle Latomie del Paradiso

Le luci all’interno della Latomia del Paradiso a Siracusa, a fine giugno, sarà un bel ricordo per chi ha vissuto l’esperienza di una visita serale con le luci messe a disposizione dalla ERG e grazie alla concessione della Soprintenza ai BBCCAA di Siracusa. La visita organizzata giorno 30 giugno da parte di Natura Sicula Onlus è stata condotta dalle guide Italo Giordano (archeologo) e Fabio Morreale (naturalista). 

Percorrendo la discesa che va giù alla Latomia abbiamo immaginato quanto bella fosse Siracusa, la città fondata nel 734 a.C. da Archia di Corintoappellata al plurale con i suoi quattro quartieri: OrtigiaTycheAchradina e Neapolis. Una città che ha sempre stupito per la sua bellezza senza tempo che resiste ancora nelle escavazioni della viva roccia dell’Area Archeologica della Neapolis, il quartiere nuovo sorto dopo la costruzione delle mura del 401 a.C. per difendere Siracusa dall’imminente assedio cartaginese. 

  

Questa fortificazione lunga 180 stadi (33 km), costruita per volere di Dionisio I, impediva l’accampamento dei nemici sulla collina della Epipole perché così fecero gli ateniesi durante l’assedio del 415 – 413 a.C. La distruzione della flotta ateniese nella famosa del battaglia del Plemmirio e della battaglia dell’Asinaro determinerà l’ascesa della città a rango di grande capitale del mondo antico.

È stato toccante ascoltare le parole di Tucidide che raccontò così il supplizio subito dagli ateniesi sopravvisuti:

“Quelli delle latomie furono dapprima trattati con durezza dai Siracusani. Trovandosi infatti in un luogo incavato e in molti in uno spazio ristretto, dapprima furono tormentati dal sole e dalla calura perché erano privi di tetto; le notti, poi, che sopraggiunsero autunnali e fredde, con questo mutamento portarono come nuovo fenomeno le malattie. E siccome per la ristrettezza del luogo i prigionieri facevano ogni cosa nello stesso posto, e per giunta si accumulavano l’uno sull’altro i cadaveri di coloro che morivano per le ferite, gli sbalzi di temperatura e cose siffatte, vi erano odori insopportabili ed erano torturati dalla fame e dalla sete insieme (che per otto mesi dettero a ciascuno di loro una cotile d’acqua e due di grano); e tutto quello che era naturale che avessero a soffrire persone gettate in un posto simile, tutto capitò a loro. E stettero così ammassati circa 70 giorni, poi furono venduti, tutti quanti all’infuori degli Ateniesi e dei Sicelioti o Italioti che avevano partecipato alla spedizione. Furono presi in totale – è difficile dirlo con esattezza – certamente non meno di 7000 uomini”. 

Difficile dire dove con esattezza fossero rinchiusi, ma di certo la Latomia del Paradiso, un tempo un paradiso non era. 

Oggi ci appare come una grande voragine, ma era il pendio naturale della Epipole, dove, per seguire filoni di roccia più dura furono scavate enormi gole artificiali e immense caverne comunicanti tra loro.

I processi naturali di erosione e soprattutto i terremoti hanno gradualmente determinato il collasso delle cavità sino a formare l’attuale voragine della Latomia del Paradiso. L’alto pilone roccioso rimane lì come testimone dell’antico assetto dell’area. 

Enormi grotte sono distribuite lungo le alte pareti della latomia e indicate ognuna con un nome specifico perché raccontano storie di vecchi pastori, agricoltori e operai che vagavano nel magnifico giardino dei limoni “femminello di Siracusa

La grotta del Salnitro era definita così perché si estraeva il salnitro un sale tipico degli ambienti umidi utile per le polveri da sparo. La “Grotta dei Cordari” era il luogo dove si producevano le corde da parte delle famiglie Ambrogio e Scrofani. La grotta era adatta a questa attività per la presenza nel fondo di acqua di falda essenziale per mettere a riposo le fibre vegetali (cocco, agave americana o canapa). Le corde erano utilizzate principalmente per la produzione delle reti da pesca, in particolar modo quelle utilizzate per la pesca del tonno. La suggestiva architettura della grotta fa da sfondo alla predica di San Paolo nel famoso quadro di Francesco Paolo Priolo (1850). 

Per ultimo, l’orecchio di Dionisio è la grotta più famosa. L’amplificazione del suono e la forma, che ricorda vagamente quella del padiglione auricolare, hanno creato il mito della cavità come luogo di carcerazione, dove Dionisio il Grande aveva la possibilità di ascoltare le voci dei prigionieri secondo una leggenda raccontata da Vincenzo Mirabella al Caravaggio nel 1608. Prima di allora, perché il suono sembra provenire direttamente dalla roccia l’Orecchio di Dionisio era indicato nel ‘500 come la Grotta della Favella.

Ma ogni storia e ogni leggenda aveva il suo fondo di verità storicaDiodioro Siculo racconta così: 

(Dionigi il Grande) “Volendo accertare la costruzione delle mura, radunò la popolazione della campagna, tra questa scelse circa sessantamila persone con i requisiti adatti e divise tra loro la zona da cintare con il muro. Assegnò poi un architetto ad ogni stadio, in ogni plethron mise un capomastro e al loro servizio duecento operai per ogni plethron, scelti fra la gente comune. Oltre a loro, innumerevoli altre persone cavavano la pietra grezza e seimila coppie di buoi la portavano a destinazione” (Diodoro Siculo XVIII, 8). 

Quindi i siracusani di un tempo utilizzavano le fonti storiche per tramandare fantasie popolari. Gli uomini forzuti erano i cavatori di pietra e questi erano organizzati in squadre per la produzione di pietra concia per quegli edifici che ancora oggi ammiriamo come testimoni della immensa storia della nostra isola

Un lavoro duro e terribile era quello nelle latomie, che oggi è un immenso luogo di alto pregio naturalistico per la grande varietà botanica. Le api qui sostano perché hanno trovato un’oasi in città e costruiscono i loro favi lungo le alte pareti rocciose.

Abbiamo gustato la poesia della Latomia accompagnati dal profumo dell’oleandro in fiore, degli allori, dei mirti, dei limoni. Tra i profumi, quello dellorigano greco (origanum onitesnon può che lasciare un ricordo indelebile a noi visitatori ammaliati dalle luci della sera. 

Italo Giordano 

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